ARTETERAPIA E PSICOTERAPIA

ARTETERAPIA: UNO SCENARIO TERAPEUTICO IN MOVIMENTO

 

Se interpretiamo il processo creativo come veicolo di espressione di contenuti personali, intimi, inconsci, chiariamo la connessione fra le Artiterapie e la Psicoterapia ad indirizzo psicodinamico (Case, Dalley 2003).

Le parole chiave che racchiudono a mio parere l’essenza dell’intervento terapeutico mediato attraverso una forma di comunicazione “artistica”, sono il Processo Creativo, la Corporeità, il Movimento, la Relazione.

I diversi medium artistici utilizzati all’interno dell’intervento arte terapeutico permettono di proporre diverse possibili esperienze: in particolare attraverso l’ascolto o la produzione di una musica, con strumenti, corpo e voce, o attraverso una coreografia o l’improvvisazione di una danza, si potrà creare uno spazio “espressivo” che avrà un inizio e una fine (quello della durata della musica o della danza), che potrà essere investito delle proiezioni di contenuti intimi da parte della persona che sta vivendo quell’esperienza, uno spazio tra realtà interna e realtà esterna all’interno del quale la persona potrà esprimere una personale rielaborazione di contenuti propri in una nuova forma, all’interno di una relazione con il conduttore o terapeuta, andando ad assumere la connotazione di spazio/oggetto transizionale, per dirla in termini Winnicottiani.

Nel caso dell’arte plastico figurativa, oltre al processo di produzione come veicolo di espressione dell’inconscio, l’essenza sta nella produzione di qualcosa: oltre al processo abbiamo anche il prodotto a veicolare un possibile ponte comunicativo fra realtà interna ed esterna, o fra inconscio e conscio. Il prodotto rimane come terzo polo della relazione terapeutica in questo caso e ha la potenzialità di continuare a parlare alla persona nel tempo.

Le attività e le tecniche legate all’espressione teatrale, oltre a consentire un lavoro di contatto ed elaborazione dei propri contenuti interni attraverso la corporeità (voce, movimento, postura), come la danza, richiamano direttamente gli echi del proprio mondo relazionale (relazioni oggettuali, relazioni precoci interiorizzate) e danno la possibilità di drammatizzare ed esprimere così in un ambiente protetto parti di sé, dando voce alle diverse sfaccettature della propria personalità.

Se andiamo a vedere ciò che raccoglie insieme le diverse esperienze sperimentabili attraverso le arti terapie dovremo soffermarci sul coinvolgimento corporeo e sul movimento implicati in ognuno di esse.

L’evoluzione psichica dell’individuo, infatti, emerge in primo luogo dall’esperienza corporea fin dalla vita intra-uterina: nell’utero il feto è immerso in un bagno di suoni ritmici, anche se non ancora differenziati, costituiti dal battito del cuore della mamma, dai rumori musicali della sua respirazione (mormorii e crepitii) e dei suoi intestini, mescolati al ritmo galoppante del suo stesso cuore. Questo universo sonoro non è solo di tipo fisico, ma protomentale: il bambino comincia a sognare a partire dal 3° mese di vita fetale e risente biologicamente delle emozioni materne. Allo stesso modo dopo la nascita siamo cullati dalle voci della mamma e dei parenti, dalle carezze, dall’allattamento che non si limita al tempo strettamente necessario all’alimentazione, ma si prolunga a volte per ore al fine di rassicurare, consolare, sedare le prime angosce.

Le formulazioni di Bion (1971; 1972; 1973) riguardo al concetto di “protomentale” si riferiscono proprio ad attività mentali elementari presenti fin dalla vita intrauterina, e al loro legame con le originarie attività biologiche integrate. Bion individua una serie di processi che si collocano in un’area di confine fra il somatico e lo psichico, quasi a voler cogliere il momento in cui nascono i primi processi mentali. Secondo Bion alcune funzioni biologiche primarie diventano un modo di funzionare della mente, che rimane presente come modalità processuale anche nell’individuo adulto. Ruggeri (1997) approfondisce tale concezione, arrivando ad affermare che non esiste alcuna contraddizione tra ciò che chiamiamo mentale e ciò che chiamiamo biologico: i modi di funzionare della mente, originati dall’integrazione con le funzioni biologiche fondamentali, non si liberano mai completamente della loro componente corporea, pur perdendo evidenza tale connessione nel corso dell’evoluzione individuale.

Siamo ad un livello pre – verbale e pre – logico del vissuto, ed è qui che originano il processo primario e così la fantasia. In questo periodo la madre dà forma e trasforma l’esperienza interna ed esterna del neonato, prendendosi cura di lui in modi specifici attraverso il nutrimento, la pulizia, la rassicurazione, ecc. (Carlevaris, 1999).

Dal concepimento alla nascita e anche successivamente, il proprio corpo è sperimentato attraverso il corpo dell’altro. E’sulla base di queste esperienze amodali, sinestesiche, globali e del loro intreccio con dimensioni individuali che si sviluppa l’individuo e il suo senso di identità. Tali esperienze vanno a confluire nel bacino dell’inconscio e sostanziano il già citato processo primario[1].

Scriveva Kandinskij: “Non dobbiamo ingannarci e pensare che riceviamo la pittura solo attraverso l’occhio. No, la riceviamo, a nostra insaputa, attraverso tutti e cinque i nostri sensi. E come potrebbe essere altrimenti?”. Tale citazione (tratta da Carlevaris, 1999), mi permette di spiegare cosa intendiamo in Arteterapia per “Esperienza Estetica”: un’esperienza di natura globale e primaria, che coinvolge aspetti arcaici: “percepire se stessi attraverso i sensi” (Case, Dalley, 2003). Del resto Ruggeri (1997), definisce “l’esperienza estetica” come una particolare risposta psicofisiologica di tipo protomentale, su cui possono intervenire in senso facilitatorio e inibitorio altre componenti del processo di tipo psicologico e fisiologico, che esitano in un particolare vissuto soggettivo generato da particolari giochi di tensione – distensione corporea. L’esperienza estetica dunque affonda le sue radici proprio nel vissuto primario che abbiamo descritto.

Queste esperienze avvengono nel terreno relazionale del rapporto fra il neonato e la figura di accudimento. Secondo Daniel Stern, e con lui tutti gli studiosi della “Infant Research”, fin dalla nascita il bambino è in grado di sperimentare il processo di emergenza di una organizzazione interna attraverso il collegamento di esperienze isolate. Tale percezione amodale e degli affetti vitali, lungo la linea che separa le esperienze tra piacere e dispiacere, è legata ai processi globali implicati nella formazione di un sé emergente; tutto ciò è intriso dell’innata disposizione del bambino all’interazione sociale. Secondo Stern dunque non ci sono in questo processo momenti di confusione fra sé e l’altro, né si può parlare di autismo o indifferenziazione con l’altro, né l’evoluzione psichica può essere descritta in fasi, come postulato dalla psicoanalisi classica.

A mio parere le due posizioni non sono in contrasto: le fasi descritte da Thomas Ogden, a completamento di quelle Kleiniane, la teoria della “nascita psicologica” della Mahler e la descrizione di Winnicott del processo per cui dalla simbiosi si arriva alla separazione attraverso la costanza dell’oggetto, evidenziano solo dei punti focali di osservazione del processo di sviluppo, e non negano la direzione di tale sviluppo verso coerenza e organizzazione delle percezioni e dei vissuti sperimentati dal bambino.

Nell’ambito delle arti-terapie, però, la focalizzazione sull’evoluzione del sistema psichico, in particolare dal versante percettivo, è fondamentale ai fini della comprensione di ciò che avviene nel contenitore terapeutico: la riattualizzazione di precoci esperienze psico-corporee attraverso il lavoro sul corpo e il contatto con materiali è il fulcro auspicabile di questo tipo di intervento.

Con il tempo, la progressiva evoluzione del sistema psichico organizza tali esperienze, che si evolvono in comportamenti sempre più strutturati, mentre si sviluppano i diversi sistemi di comunicazione.

Proviamo ad immaginare quale mosaico della realtà emerga dalle informazioni derivate dall’acerbo sistema percettivo di un neonato, filtrate da un altrettanto acerbo sistema nervoso centrale. A tali esperienza dell’ambiente, come già accennato, si associano i vissuti di piacere – dispiacere che evolveranno in configurazioni connotate affettivamente in modo via via sempre più complesso.

Il movimento è una condizione che appartiene all’essere umano, che permette la sua evoluzione, il contatto con l’ambiente, l’interazione con l’altro, la soddisfazione dei propri bisogni e desideri.

Oggi sappiamo che il cervello umano è dotato di modelli interni del corpo e del mondo, e non si tratta di modelli qualsiasi, ma di modelli che riflettono le grandi leggi della natura. Il cervello che regola il nostro movimento non opera con un funzionamento reattivo, ma proattivo, che proietta cioè sul mondo le proprie interrogazioni. Le proprietà più complesse e raffinate del corpo, dal movimento al pensiero, sono costituite da processi dinamici e da relazioni che continuamente cambiano tra il cervello, il corpo e l’ambiente (Villa, 2010). Tutta l’opera di Piaget ci illustra le continue connessioni fra sviluppo motorio e sviluppo cognitivo in ambito evolutivo.

Per chiarire quanto detto, soffermiamoci sull’interazione più semplice e diretta tra individuo e ambiente quale può essere considerata il riflesso, una relazione fra stimolo e risposta che non passa per il sistema nervoso centrale, ma dal sistema periferico scarica direttamente su quello motorio. Da questo primitivo sistema di comunicazione con l’ambiente, il nostro sistema nervoso si evolve in modo sempre più complesso, attraverso l’intreccio tra le segnalazioni del sistema periferico (sensibilità esterocettiva, sensoriale), le segnalazioni che provengono dall’interno (sensibilità enterocettiva) e la propriocezione, cioè la comunicazione al sistema nervoso centrale della posizione di muscoli, tendini e articolazioni, l’elaborazione di questi stimoli a livello centrale e la conseguente modulazione di risposta (dal SNC alla periferia), che avviene anche in funzione delle emozioni, della memoria accumulata attraverso le esperienze, delle rappresentazioni associate agli eventi, che generano aspettative e preparazione all’azione (o alla ricezione), che sono anch’esse delle rappresentazioni.

Da questa descrizione del sistema nervoso si evidenzia la corporeità che sostanzia i processi superiori (pensiero, immaginazione, rappresentazioni iconografiche e di azione, osservazione, attenzione, memoria), ma anche le emozioni, tutti elementi che a loro volta modulano l’attività del sistema periferico (recettori sensoriali) in uno scambio di informazioni continuo, che permette al nostro cervello di ricostruire costantemente il movimento del corpo in modo coerente con lo spazio e l’ambiente che ci circonda, sulla base delle nostre rappresentazioni interne. Tale ricostruzione è confortata dalla recente scoperta dei neuroni specchio, neuroni situati nelle aree motorie e premotorie del cervello (ma in realtà nell’uomo gruppi neuronali che reagiscono all’osservazione del movimento interessano anche le aree del linguaggio, e le aree legate ai processi mnestici, come la corteccia temporale e l’ippocampo) che si attivano sia quando si compie un’azione finalizzata sia quando si osserva compiere la stessa azione. Nell’uomo tali gruppi neuronali si attivano anche quando l’azione è solo mimata. L’esistenza di tale circuito è suggerito anche dalla rilevazione del fenomeno della decodificazione imitativa (Ruggeri, 1997), in base al quale nel riconoscimento di segnali emozionali espressi da atteggiamenti mimici di un volto, il soggetto che decodifica tali segnali li riproduce, in modo appena accennato e per lo più inconsapevolmente. E inoltre sia quando immaginiamo di compiere un movimento, sia quando lo osserviamo, aumenta la tensione muscolare delle zone interessate da tale movimento, e se blocchiamo tali fasci muscolari l’immaginazione che li coinvolge diviene più difficoltosa. Questo processo comunicativo di scambio continuo di informazioni fra il sistema periferico esterno e interno e il Sistema Nervoso Centrale è anche alla base dei processi di identità (Ruggeri, 2001).

Cosa succede allora se una parte del corpo o alcuni movimenti sono coartati, bloccati, oppure semplicemente non sperimentati per lungo tempo? E ancora, si avranno ripercussioni sul piano rappresentativo, emotivo, immaginale?

A questo punto si comincia a delineare lo scenario su cui l’intervento arte terapeutico si staglia. Torniamo per un momento a quanto detto in merito al vissuto primario in cui è nella relazione col corpo materno (dell’altro) che il neonato fa esperienza di se attraverso il suo corpo, attraverso il contatto con l’altro in una relazione trasformativa interna ed esterna: il bambino passa dalla fame alla sazietà, da sporco a pulito, da teso, agitato, a soddisfatto, sereno. Come abbiamo già detto, qui affonda le sue radici l’esperienza estetica con tutto il suo potenziale trasformativo che con la crescita verrà poi riposto in altri oggetti “soggettivati” concreti o concettuali investiti della capacità di promuovere un profondo cambiamento del sé (Carlevaris, 1999): per questo l’esperienza artistica riveste un ruolo fondamentale. Tale esperienza trasformativa continua a risuonare nell’individuo adulto in aree importanti della vita come arte, cultura, lavoro immaginativo o di creazione scientifica, spiritualità.

La creatività così descritta ritrova il suo posto all’interno dello sviluppo umano, come suo elemento fondante: la creatività permette un contatto fra il proprio mondo interno e il mondo esterno, andando a trasformare il confine tra realtà e fantasia, così come alimenta la fiducia nella propria capacità creativa e trasformativa: creare qualcosa che prima non esisteva implica nell’individuo la possibilità del cambiamento.

Da ciò con M. Milner (1969) intuiamo quanto la conoscenza intellettuale del mondo sia solo una parte della nostra esperienza: la conoscenza materica e corporea permette lo scambio fra corpo e mente per arrivare all’espressione di energie che spontaneamente si organizzano in una forma. La funzione primaria che l’arte assolve è di accrescere la nostra energia psichica, perché arricchisce di possibilità non contenute in categorie conosciute.

Tutto ciò è possibile se, richiamando la teoria dell’Attaccamento di Bowlby, la cornice dell’intervento e quindi la base della relazione è vissuta dal paziente come sicura. L’esplorazione è dunque possibile solo se si ha fiducia nella possibilità di non perdersi. Mi piace accostare a queste considerazioni l’esempio dell’apprendimento musicale. È comune esperienza per chi sta imparando a suonare uno strumento la progressiva possibilità di allentare la rigidità corporea, dopo aver ripetuto la sequenza moltissime volte, potersi lasciar trascinare dalla musica che si sta producendo, senza tuttavia perdere le coordinate della struttura che si sta eseguendo, rimanendo presenti al momento. Una bellissima esperienza.

Winnicott distingue tra le alternative all’interazione con il mondo reale la fantasia dal gioco creativo: la fantasia infatti manca di un oggetto, mentre il gioco avviene in uno spazio e un tempo, ed è un derivato dei fenomeni transizionali. Solo attraverso il “fare” l’individuo può contattare il mondo esterno. La creatività rappresenta la scoperta e la possibilità del pieno utilizzo di sé.

Immaginiamo quanto linguaggi alternativi a quello verbale possano essere un importante strumento di trasformazione (intesa in senso terapeutico, come cambiamento) per tutte quelle situazioni in cui la comunicazione verbale è per diversi motivi non percorribile: handicap, trauma, mancata conoscenza della lingua e distanze culturali (stranieri, migranti, nomadi), ecc.

In arte-terapia lo spazio più rilevante non è quello della verbalizzazione, che può essere comunque presente, o importante, ma quello dell’accesso al proprio mondo interiore attraverso il processo creativo.

Abbiamo dunque delineato i punti di riferimento fondamentali presenti nel lavoro arte terapeutico: facilitare la possibilità che l’individuo sperimenti la sua dimensione creativa per attingere a risorse sopite, ad ulteriori possibilità espressive, all’interno di un contesto accogliente, in un clima di fiducia, che permetta l’allentamento delle difese per attingere al proprio mondo interno attraverso l’esperienza di un contenitore solido che faciliti l’emergere dell’attività creativa, con la finalità di costruire un ponte comunicativo fra mondo interno e mondo esterno, e in conclusione avendo come scopo quello di tutte le psicoterapie, cioè il raggiungimento dell’integrazione delle diverse parti di sé.

Bibliografia

Bion W. R., (1961), Esperienze nei gruppi. Roma, Armando, 1971.

Bion W. R., (1962), Apprendere dall’esperienza, Roma, Armando, 1972.

Bion W. R., (1963), Gli elementi della psicoanalisi, Roma, Armando, 1973.

Bowlby J., Attaccamento e perdita. Volume terzo. La perdita della madre. Torino, Boringhieri Editore, 1983.

Carlevaris C.M. “Esperienza estetica, esperienza artistica e processo terapeutico nell’arte–terapia”, in http://www.psychomedia.it/pm/arther/visarth/carlevaris.htm, 1999.

Case C., Dalley T. Manuale di Arteterapia. Torino, Edizioni Cosmopolis, 2003.

Milner M., Le mani del Dio vivente, Roma, Armando Editore, 1969.

Robbins A., The Artist as Therapist, New York, Human Sciences Press, 1987.

Ruggieri V., Mente, corpo, malattia, Roma, Il Pensiero Scientifico Editore, 1988.

Ruggeri V., L’esperienza estetica. Fondamenti psicofisiologici per un’educazione estetica, Roma, Armando, 1997.

Ruggieri V. L’identità in psicologia e teatro. Analisi psicofisiologica della struttura dell’Io, Roma, Edizioni Scientifiche Magi, 2001.

Ruggieri V., Fabrizio M. E., Della Giovampaola S., L’intervento psicofisiologico integrato in Psicologia e Riabilitazione, Roma,Edizioni Universitarie Romane, 2004.

Stern D., Il mondo interpersonale del bambino, Torino, Bollati Boringhieri, 1987.

[1] Il Processo Primario, di cui parla S. Freud, è tipico del funzionamento inconscio, appartiene ad una precoce fase evolutiva, è governato dal principio di piacere; l’appagamento del desiderio scaturito della tensione istintuale è di tipo allucinatorio, il linguaggio che utilizza è quello del sogno, e con esso presenta i fenomeni della condensazione e dello spostamento.